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Essendo per me il blog cosa nuova, non so ancora bene come impostare tutti i parametri e inavvertitamente ho finito per cancellare l'unico commento ricevuto finora.
Tanto per contraddire il titolo dato a questo blog, Vita Cantabrigiensis, ho deciso di scrivere il mio primo post dalla Corea del Sud. Attualmente mi trovo infatti a Busan, la seconda citta' piu' popolosa della penisola asiatica dopo Seoul, con oltre tre milioni e mezzo di abitanti. Sono qui da ormai un mese e tra pochi giorni ritornero' in Inghilterra, cosi' e' bene che metta per iscritto su queste pagine virtuali le cose che piu' mi hanno colpito, prima che la memoria svanisca. Molti dei paragoni che leggerete sono fatti con l'Italia, mio paese natale, o col Giappone, essendo io uno yamatologo (nome chic per indicare i nipponisti), o almeno cosi' si vorrebbe dato che mi interesso del Paese del Sol Levante, dei Ciliegi in Fiore (che non fanno ciliege commestibili!) ormai da svariati anni. Al momento sto cercando di espandere i miei orizzonti culturali a tutto l'Estremo Oriente, e questo articoletto non e' che il primo tentativo pubblico.
Per cominciare c'e' da dire che la Corea e' un paese poco conosciuto in Occidente, e spesso e' sottovalutato, visto che ha iniziato a svilupparsi economicamente solo molti anni dopo il Giappone, e visto che non e' paragonabile per dimensioni alla Cina. Ad esempio, scommetto che pochi, anche tra i sinologi e i nipponisti, sono a conoscenza dell' influenza che questa penisola ha avuto nello sviluppo del confucianesimo, che tutti associano alla Cina, e del buddhismo, in particolare quello zen, che naturalmente fa pensare al Giappone (in realta' le sue origini sono sino-coreane, vedi il libro edito da Bunswell pubblicato quest'anno, Currents and Countercurrents).
La Corea del Sud, dopo una devastante guerra col Nord negli anni '50, ha iniziato a crescere economicamente una trentina d'anni fa, dai tempi della guerra in Vietnam, e solo da una decina d'anni ha iniziato ad attivarsi pienamente nella rivalutazione ed esportazione della propria cultura, processo che il Giappone ha iniziato negli anni '70. Ed e' proprio con l'arcipelago che la competizione e' piu' forte.
I ricordi della violenta occupazione giapponese sono ancora vivi tra la popolazione ed il comportamento del governo giapponese di certo non aiuta (ad esempio l'approvazione di stesti scolastici in cui le barbarie compiute vengono minimizzate, o la reclamazione dell'isola di Dokdo, Takeshima in giapponese, storicamente ibrida, ma assegnata dagli Alleati alla Corea dopo la sconfitta del Giappone, fatto che da solo e' sufficiente a chiarirne l'appartenenza, visto che se si inizia una guerra bisogna anche prendersi le responsabilita' che derivano dalla sconfitta), cosi' come non aiuta l'eccessivo astio coreano.
Purtroppo tutta l' Asia Orientale ha ancora forti problemi di nazionalismo, e dubito che questi possano essere risolti in tempi brevi. La Cina, che si e' da poco risvegliata, rivuole il suo posto al tavolo dei forti, il Giappone che, col permesso degli Stati Uniti, si vuole riarmare per contrastare la Cina, e la Corea del Sud che finalmente dopo un lungo periodo di sottomissione puo' finalmente dire la sua e competere coi suoi vicini. Vi sono poi Taiwan e Corea del Nord! L'Europa ha avuto bisogno di due guerre per esaurire certi sentimenti, speriamo che non serva anche in Oriente!
I coreani e i giapponesi, pur essendo molto simili, essendo stati in tempi remoti parte di una stessa popolazione, sono contemporaneamente estremamente diversi. In un certo senso, essendo io italiano, percepisco i coreani piu' simili ai miei connazionali in quanto sono piu' esuberanti ed espansivi dei loro parenti un po' piu' ad oriente. La gente si arrabbia e te lo fa capire, non ti dice si si anche se non comprende quello che dici, non ha paura di attaccar bottone, ne di divertirsi con chi non conosce. In compenso mediamente la gente e' piu' maleducata e rumorosa che in Giappone, ma molto meno che in Cina.
Ecco un piccolo aneddoto: mentre passeggiavo tra i monti ad est di Busan ho visto arrivare dietro a me un gruppo di tre signore, ed io, per lasciarle passare, mi sono scansato. Con mia sorpresa una ha volutamente deviato per urtarmi gentilmente, scusandosi ridendo. Alla fine siamo scesi tutti assieme scherzando, cosa che non mi era mai capitata in Giappone, nonostante le mie frequenti scampagnate.
Altra cosa che mi ha colpito e' la maggior flessibilita', cambiare un programma raramente e' un problema e si puo' facilmente trovare una soluzione alternativa o ibrida anche al ristorante (essenziale nel mio caso visto che sono vegetariano!) o dai tanti venditori ambulanti di cibo.
Le citta', come tutte quelle in Asia, sono un caos urbainistico di palazzoni, casette, uffici, negozi, con poco o nessun ordine, ma in compenso le strade strade hanno un un nome (ben indicato agli incroci, anche in caratteri occidentali) e gli edifici un numero ed e' facile trovare la via e non servono le famose mappette giapponesi che ti guidano ad anonimi indirizzi comprensibili a malapena dai postini. Inoltre pur mancando ovviamente le piazze (nonostante il grandissimo numero di chiese, visto che il paese e' l'unico in Asia, a parte le Filippine, a maggioranza cristiana) un po' ovunque ci sono gazebetti in cui la gente si trova a chiacchierare. In Giappone, la mancanza di questo aspetto di vita sociale mi ha sempre colpito e a fatica ho accettato l'idea che per incontrarsi per parlare con qualcuno bisogna farlo per forza in un luogo chiuso, possibilmente pagando.
Diversamente dall'Europa, dove l'ideale di casa e' la villetta privata con giardino, qui domina il palazzone mostruoso, dai venti piani in su', tanto che spesso si vedono tremende pubblicita' dove dalla foresta iniziano a spuntare edifici slanciati verso l'alto, fino a che il verde quasi scompare. Per me, abituato a Venezia e Cambridge, e' stato uno shock. Ovviamente se vengono mostrate tali immagini vuol dire che vengono percepite come positive dal pubblico. Il lato positivo di questo curioso aspetto del pensiero coreano, e' che quasi tutte le persone vivono in case ben costruite, comode e calde. Inoltre, essendo un gran numero di questi edifici costruiti dallo Stato, anche le persone meno abbienti hanno un solido tetto sotto il quale dormire. In Giappone invece la quantita' di edifici che in Italia non riceverebbero l'abitabilita' e' impressionate e anche nelle case dei piu' abbienti spesso l'unico sistema di riscaldamento sono stufe a cherosene con scarico interno alla stanza!
A parer mio la differenza fondamentale sta nel fatto che nell'arcipelago l'uso della pietra e del mattone, e le relative tecnologie, non si sono mai sviluppati, lasciando spazio solo a flessibili ma fragili case in legno, nella penisola non c'e' mai stato il timore di sventrare i monti per costruire citta'.
Con questo finisco per il momento, ma spero presto di poter continuare.